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Mostra su "Masotti & Masotti", in pinacoteca dal 7 al 29 settembre

masotti e masotti logo

Apre il 7 settembre (ore 17) in pinacoteca civica

l'interessante esposizione di Franco Basile: "Masotti e Masotti", vale a dire "Antonio, fotografo" e "Stefano, pittore". Una mostra curata da Associazione Bondeno Cultura, con il patrocinio del Comune di Bondeno, che rimarrà aperta al pubblico fino al 29 settembre, negli orari di apertura della pinacoteca civica di piazza Garibaldi. Ma cosa ne pensa l'autore Franco Basile?

"Posati sulla fronte, gli occhiali sembravano un’aureola con le lenti. Antonio Masotti osservava stupito quanto gli appariva davanti, i giochi alchemici della macchina fotografica nulla avevano a che vedere con chi, in quel momento, occupava la scena. A pochi passi, seduto sul pavimento, il figlio Stefano pareva prendere le misure ai raggi di una lampadina, o a quanto si rifletteva su una lastra luminosa che era uno specchio ritagliato secondo a una geometria dai calcoli precisi. La lastra doveva semplicemente dare un passaggio a chi si aggirava da quelle parti, per caso, o in base a un’azione premeditata dall’ideatore, che era Vasco Bendini. Si trattava di una performance, una delle tante vissute dai due Masotti in un museo, come quella che per un’ora aveva costretto all’immobilità Pier Paolo Pasolini. Fu nel maggio del 1975 alla Galleria d’arte moderna di Bologna, il lavoro era di Fabio Mauri con il titolo Intellettuale. Seduto su uno scomodo sgabello Pasolini faceva da tableau vivant allo svolgersi dell’azione, era come pietrificato all’imbocco dello spazio espositivo. Con le braccia incrociate dietro la schiena si era trasformato in uno schermo, fermo, inchiodato tra le ombre e lo stupore dei presenti. Indossava una camicia bianca, sfondo di un succedersi  i fotogrammi del Vangelo secondo Matteo.

Ombre e silenzio, solo il ronzio del proiettore e gli scatti degli apparecchi fotografici. Era come se l’aria fosse intagliata in un corridoio di fumo, una striscia di vapori azzurrognoli correva da una parte all’altra della sala traghettando sensazioni strane, vagheggiando l’idea di qualcosa che potesse accadere da un momento all’altro, ma che rimaneva sospesa nel vuoto come una navicella calata in un mare d’attesa. Le immagini scorrevano sul corpo di Pasolini, erano personaggi e scene del film, figure dai destini imprevedibili come domande destinate a protrarsi oltre il ricordo. La vita di Pasolini si sarebbe spezzata di lì a poco dando seguito a una sorta di presagio fatto di ombre nere, di oscuri sussurri che nella performance parevano camminare sottobraccio alla pellicola. Pasolini fo trovato morto poco tempo dopo, ucciso una notte di novembre sul litorale romano.

L’archivio di Masotti è una storia lunga come i binari di una ferrovia senza fine. Col mirino nell’occhio Antonio pedinava la vita che ogni sera metteva al sicuro nella cassetta dei rullini. C’è di tutto in questa cassetta, dagli angoli di città da cui amava riprendere i colori delle pietre slavate dalla pioggia o scosse dal vento, alle nobili estensioni dei capitelli, c’è una lunga relazione sull’incolonnato dei portici, ci sono torri e tetti visti da un’altana, antenne della televisione come ragnatele tra nubi sfilacciate, gambe a ciondoloni di una schiera di tifosi in una gradinata, quindi gente in piazza e la solitudine di una donna che stende la propria ombra sul sagrato di una chiesa. Nella cassetta dei rullini c’è’un un racconto dai mille risvolti, una vita in bianco e nero impressa su una pellicola che si srotola come un sogno leggero, memorie sospinte da un meccanismo che insinua i denti nei bordi di storie che ogni volta sgranano episodi diversi. Tra le tante cose non mancano i faccia a faccia con l’arte, le riprese di mostre e dialoghi dettati dai faretti di qualche galleria. Naturalmente, c’è anche la documentazione della performance con al centro Pasolini che Stefano ha reinterpretato in una striscia pittorica dove l’evocazione assume i toni della tragedia, dove il ripasso di una memoria si svolge tra il nero di una notte lontana e il presente di un giorno macchiato di sangue.

Masotti & Masotti, ricorda il titolo della rassegna: Antonio fotografo, Stefano pittore. L’immagine dei due  riflessi nello specchio di Bendini è emblematica di un rapporto che sembra non voler aver fine. E’ una bella vicenda quella che si sviluppa mettendo le mani nella vecchia cassetta, una storia fatta di momenti che riverberano ricordi e affetti, di sentimenti collegati al filo delle cose che non si dimenticano. Nel reinterpretare le immagini lasciate dal padre deve essere stato per Stefano fare un prelievo dall’affetto, cogliere tratti di un remoto vissuto per restituirlo sotto nuove forme. Deve essere stato come osservare il futuro allacciandosi ai ricordi.

Ricordiamo Antonio in giro per mostre, o per continuare il pedinamento di una vita da riprendere con la luce alle spalle oppure per coglierla nel sorriso di un gruppo di ragazzi all’uscita di una scuola. Premere il bottone dell’otturatore doveva essere il massimo per lui, forse perchè credeva che il clic fosse l’inizio di ogni giorno, di nuove avventure. Forse perché, diceva accompagnando le parole a un timido sorriso, “il clic è il suono della mia vita”.

La memoria di Antonio smuove nel figlio un’onda dal sapore romantico. Anche lui si è cimentato con la fotografia facendo delle proprie inquadrature il controcanto degli argentei riflessi della Leica del genitore.

Quasi sessant’anni fa una lunga teoria di donne fu al centro di un libro curato da Giorgio Ruggeri con scritti di Riccardo Bacchelli e Massimo Dursi. Titolo, Le bolognesi, fotografie di Antonio Masotti. Una processione al femminile che oggi, sfogliando il libro, fa pensare all’affettuosa metà di un altro cielo, a un mondo frequentato senza il disincanto del digitale, del web, dello smart phone. Appena gli è possibile, Stefano svolge la pellicola racchiusa nella vecchia scatola per dare seguito, a modo suo, alle parole pronunciate da Antonio col mirino nell’occhio. Stefano dipinge il tempo del padre, che è un modo per distrarsi dalla solitudine causata da un’assenza.

Le bolognesi, prima edizione sfornata nel 1963. E’ un capitolo di particolare suggestione, pubblicazione e immagini segnano un felice punto d’incontro fra scrittura e immagine. Per la realizzazione del volume Antonio ha lungamente esplorato la città marcando con l’obiettivo le ore delle giornate trascorse tra piazze e giardini, sotto i portici, nei punti più disparati per annotare abitudini e modi di vivere di donne e fanciulle. Nel suo scritto Riccardo Baccelli parla di “terre di belle donne, tutte genti di bel sangue, e di bella gioventù…Mi affido ai ricordi della mia giovinezza bolognese, all’ombra delle Due Torri e dappertutto dove l’antico costume sapiente e rissoso murò più chiusa e gelosa la vecchia città”. Consultando le foto a mo’ di guida, Stefano ha ripercorso strade e luoghi inquadrati dal padre. Ha dato forza ai ricordi, ha offerto una sua interpretazione a quanto aveva catturato Antonio. Da un simulacro di memorie Stefano ha dato concretezza a immagini emerse dallo sviluppo usato nel secolo scorso, ha coniugato al presente il verbo della poesia.

Antonio Masotti si muoveva leggero, nel senso che rifuggiva l’idea del fotografo con borsone a tracolla e tre o quattro macchine al collo. Girava in bicicletta, ultimamente in motoretta. Era un tipo di poche parole, discreto ed educato. Tra i pochi ad avere il permesso di ritrarre Giorgio Morandi, ha scattato immagini pubblicate un po’ ovunque. E’ stato ammesso anche nello studio di via Fondazza dopo la scomparsa dell’artista. Illuminata da una sola lampadina, la stanza deve essere parsa al fotografo un rifugio popolato da un esercito di oggetti ammassati a diretto contatto con un tipo di penombra fatta di solitudine e silenzio. Ne parlava poco, non aveva bisogno di raccontare le sensazioni provate mentre si aggirava nello studio ricordando il giorno in cui Morandi si era messo pazientemente in posa. Adesso gli bastavano le foto, le parole non avevano valore per lui. La storia, anche questa in bianco e nero, era motivo d’orgoglio per lui, non tanto per essere riuscito a ritrarre l’appartato pittore, quanto per la fiducia che l’artista aveva dimostrato in lui.

Oggetti, fiori di stoffa con petali imperlati di polvere, scatole, rotoli di carta, segni sui muri, brocche, contenitori di metallo riverniciati. Eccolo questo esercito del silenzio uscire dalla scatola del tempo. Qui si potevano immaginare tante cose, le nature morte erano segnali di un tempo che esisteva solo sulla punta di un pennello. A volte Antonio incontrava per strada Morandi, non si azzardava a parlargli, il pittore era troppo preso dal pensare, da quello che incontrava e non vedeva, da quello che avrebbe fatto di lì a poco. Sapeva che si sarebbe ritirato al più presto nello studio, che avrebbe socchiuso le persiane per affacciarsi su un giardino dalle ipnotiche essenze, con ghiaia e piante rinsecchite, con un misto di solitudine e stato attesa fra letargiche visioni e soffocati richiami di campane. Antonio immaginava Morandi aggirarsi nelle camere finché, stanco delle visioni circostanti e dei ricordi accumulati sotto i portici che dall’Accademia lo portavano a casa, si sedeva, abbassava le palpebre per ascoltare il silenzio. Poi, trasformando la ricerca di chissà cosa in un’indagine che si svolta per accumulo di indizi, ritraeva sostanze marginali per collocarle in un apparato fatto di mistero, o più semplicemente, per farne nuove realtà.

Tra gli ultimi dipinti eseguiti da Stefano appaiono alcune nature morte ricavate, come per un ineludibile gioco di specchi, dalla scatola che racchiude il tempo del padre. I soggetti sono quelli che Morandi ha trattato per tutta la vita. Le ombre e le cose dello studio, elementi ripresi da Antonio, modelli senza data, figure di un calendario senza anno e numeri se non quelli stabiliti dal cuore. Ogni foto è un quadro, e ogni dipinto è la relazione di un momento che specchiandosi nel tempo che viviamo dà sostanza e valore al ricordo". 

(da "Come un gioco di specchi" di Franco Basile)

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